Da che parte stare sempre

Alla fine ho realizzato
strage dopo strage
la parte da cui stare ogni volta
anche quando
nessuno sta morendo in quel momento.

Io resto
dall’altra parte del cannone,
puoi puntarmi le pistole alla fronte
ma resta
e guardami negli occhi.

Conosco il tuo potere
puoi finirmi
chiudendo le tue dita
sul grilletto
puoi amarlo, da quel lato
io l’ho visto
ho imparato
quanto pesa
e so che dirti
se stai ancora esitando
so perché
o non staremmo parlando.

Il piombo che puoi darmi
sarà il tuo
mentre il mio cervello
sarà scossa, poi terra, poi niente
tu sarai ancora sveglio
e starai correndo con la mente
lo spettro che hai creato ti tormenta
è tutto tuo, io non sono
non più, non sono io la causa dell’insonnia
non è a me che stai raccontando
perché avevi scelto
di stare dalla parte di chi spara
non sono ne’ sarò mai più
chi ti ha dato quella scelta.

Io sto a fissar la canna del fucile
fino in fondo
è quello il solo posto dove stare
dove perdere è più facile
ma in quell’unico momento
posso dire
“questa non è una gara,
non si vince
non si perde
ma solo se ti lasci
guidare dalla mano
sente il peso
e se lo segui
saprai che cosa fare
è game over
è finita
nel momento in cui non spari.”

È tutto così semplice,
vuoi difendere, tu dici
il diritto di uccidere, rispondo
in questo mondo
che ha vissuto dando a tutti
e niente altro
ti lascio nelle mani il tuo diritto
e se vuoi sentirmi ancora
ti presento tutto il conto.

Più Stati,
più dogane,
più pistole,
più paura,
più pistole,
più controllo,
più fucili e più divise,
più pistole,
più bisogno di star dietro a quelli grossi,
più vergogna,
più rivalse,
più pistole,
più voci che ti urlano,
più corti i riassunti,
più decidi di comprare
più pistole che poi punti nei miei occhi,
li nascondi,
ma non basta
per sentire il mio silenzio che ti dice
che finché rimango vivo
dal mio lato del cannone
aspetterò che tu ti accorga
cosa dico
sono vivo
questa è vita
e voglio vivere.

Fine

Guardando il susseguirsi di esplosioni, nel caos più completo, si arriva a un momento di silenzio.

Ti si apre la faccia, come se tentassi di aprirti alla conoscenza totale, rompendoti nel processo.

Senti grattare dall’interno, il giudizio che ceca di uscire.

C’è una regola contro il giudicare, e ci sono gli aggettivi.

La guerra è terribile. Le persone intorno a me sono degli idioti. È sbagliato? Forse, ma è naturale.

Senza l’aggettivo “pericoloso”, saremmo estinti. Oggi, senza l’aggettivo “sbagliato”, avremmo smesso di evolvermi.

Quindi sì, vi giudicherò, sempre e comunque. Non è che perché vi siete inventati il Dio giudice, io devo smettere di usare aggettivi. Non mi sto sostituendo ai vostri piedistalli. Vi sto lasciando travolgere dalla mia percezione, al limite.

I giudizi, sì, possono essere molto, molto potenti.

Accarezzo il fucile, perché è ora di stringerlo. Prendo la mira.

Sparare non è giudicare. Ne sono sicuro, da qualche parte, ma ancora faccio fatica a capire perché. So solo che una parola non potrà attraversarti il cranio e demolire il tuo cervello in una massa di fiocchi d’avena rossi. Dalle parole puoi guarire, così come te ne sei ammalato.

Dai proiettili a punta cava, invece, t’attacchi. Sei fatto. La tua storia finisce nel foro d’uscita. Un sacco di spazio per mettere insieme tutte le inutilità della tua esistenza, e accorgerti di quanto la vita sia assurda. Troppo complessa per sembrare vera. Punto.

Mi spiace, presidente.

When you’ve got nothing, howl.

È sorprendente come possa passare da momenti di serenità pressoché totale allo sconforto più nero, è come se costruissi letti ma poi non andassi mai a dormire.

È simile a tutti i consigli che do, e sono consigli buoni, ottimi, ma non riesco a fare lo stesso con me perché sono più furbo della razionalità. Il risultato è sempre avere in mano niente, sentirsi un nulla.

Io sono la contemporaneità degli opposti. Ricettivo ed insensibile, testardo e già arreso, distrutto e indistruttibile. Sono un fiume secco in piena che porta via la polvere del deserto e non vuole lasciare andare nemmeno un granello.

 

Devo trovare la fonte di questo vuoto.

È sempre una forma di apatia, durante la quale sembra essere impermeabili a qualunque forma di speranza. È il blues secondo Howlin’ Wolf: quando non hai niente, hai il blues. Il nulla è non capire sé stessi, temere di non essere capiti mai. Il blues è non vedere nessuna via d’uscita.

Almeno adesso so cosa fare quando tornano momenti come questi.