La più grande sfida di quest’era è quella della mediazione

La grande battaglia di quest’epoca è fra l’apertura mentale e la chiusura. Il cambiamento è arrivato e la paura del futuro spinge a chiudersi, nei confini, nei comuni, fuori dalle informazioni e dalla meraviglia del nostro universo infinito, dentro i complottismi, dentro la necessità di avere fede in un Dio pensato solo per un pianeta piccolo di un universo inarrivabilmente grande. Così la politica dei confini chiusi, così Brexit, così Trump, così ogni votazione di questi tempi. Dicono che siano tempi bui, ma non siamo mai stati meglio, collettivamente. Meglio informati della nostra ignoranza, delle nostre paure, delle alternative alla nostra società attuale. Le guerre potrebbero anche finire tutte, nel giro di pochi decenni, la tecnologia liberarci dal lavoro e dalla necessità dell’economia. È una spinta spaventosa, che incontra resistenza da chi pensa di vivere nello stesso mondo di solo trent’anni fa.
E così si prepara la battaglia, forse l’ultima battaglia di quest’era dell’umanità: la battaglia delle menti. Chi trova il modo di restare collegato al mondo intero e chi taglia il filo. Chi aspetta gli androidi e chi rifiuta di avere uno smartphone.
La battaglia delle menti. Come e più delle guerre combattute con le vite umane e le armi, questa battaglia finirà solo quando non ci saranno più differenze fra i due schieramenti. Nessuno dichiarerà la supremazia sull’altro, nessuno dei due sparirà. L’unica cosa che troveremo oltre questa curva sarà la società della Terra, forse per la prima volta propriamente detta, composta dai cinque continenti con un coacervo di lingue che sanno comprendersi.
Andiamo verso questo scontro culturale, e il soldato più importante sarà l’infermiere, il mediatore, quello che saprà insegnare che le proprie radici non spariscono mischiando i rami con altri alberi. Solo insegnando a mantenere le proprie differenze su sé stessi e non addosso agli altri, questi tempi si schiuderanno nei successivi.
E l’ultima cosa che rende questa battaglia priva di vincitori è la forza del cambiamento stesso: troppi investimenti di tempo e energie psichiche, un’umanità, una vita troppo forte per essere zittita da qualcosa meno di un’apocalisse. La vita che trova sempre una strada.
 
Non sono tempi bui che ci attendono, ma tempi di vita fortissima.

Principi di buona informazione

Una parte di me è un giornalista. Ho sempre fatto quello che correggeva le storie degli altri quando erano imprecise, sin dalle elementari. I dettagli sono importanti, la verità è importante.

Due mesi sul mio curriculum sono pochi, ma del resto, avevo questa fissa che volevo fare un lavoro solo in cambio di soldi, e si è rivelato impossibile. Ciò non mi ha impedito di continuare a fare quello che faccio: leggere, informarmi e imparare la differenza fra la buona e la cattiva informazione.

L’informazione è il Quarto Potere dello Stato. Una delle citazioni che uso più volentieri è quella di Gaetano Salvemini nel suo libro Sulla Democrazia. Negli anni 30, Salvemini insegnava nelle università americane, da esule italiano, l’importanza dell’informazione in una terra democratica libera. Diceva che non solo dovesse essere illegale pubblicare notizie false, ma che dovesse esserlo anche pubblicare versioni della verità incomplete. La differenza è fondamentale, e su un’informazione incompleta si basano interi partiti politici che oggi chiamiamo gentisti. L’evoluzione naturale del “partito dell’uomo qualunque”. Cfr. Lega Nord, Movimento 5 Stelle.

Il che va di pari passo con il dettame dell’etica hacker: “L’accesso a ogni informazione che può portare ad un evoluzione dell’uomo deve essere libero, illimitato e completo.”.

L’informazione buona è questo: una visione imparziale dei fatti, che risale alle cause ed agli effetti per quanto possibile per poter permettere ad un lettore di sapere quanto basta per formarsi un’opinione propria. Un cittadino informato è perciò in grado di partecipare ad una democrazia nel miglior modo possibile. Di fatto, non c’è vera democrazia senza buona informazione.

Il dovere del cittadino

Viviamo in una democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa si basa su assunti come questi: l’eletto deve avere principi simili a quelli dell’elettore, e decidere in base a quelli serenamente.

Dovrebbero quindi esistere candidati che rappresentino ogni forma di ideologia risolvibile in una forma di governo parlamentare.

Non è così: i partiti principali sono fantasmi di ideologie morte: ancora divisi in destra e sinistra, laddove più ci si muove verso destra e più il potere viene accentrato nelle mani di un singolo individuo. E infatti non si pongono domande di natura politica, ma ragionano con il marketing; “quanti voti potrò ottenere”,” che scambio dovrò proporre per il potere che necessito?” sono le loro domande fondamentali, dimentichi che il potere deve poi essere usato in una qualche direzione.

La democrazia rappresentativa non è una democrazia.
E ad ogni campagna elettorale che vedo lo penso sempre di più.