Da che parte stare sempre

Alla fine ho realizzato
strage dopo strage
la parte da cui stare ogni volta
anche quando
nessuno sta morendo in quel momento.

Io resto
dall’altra parte del cannone,
puoi puntarmi le pistole alla fronte
ma resta
e guardami negli occhi.

Conosco il tuo potere
puoi finirmi
chiudendo le tue dita
sul grilletto
puoi amarlo, da quel lato
io l’ho visto
ho imparato
quanto pesa
e so che dirti
se stai ancora esitando
so perché
o non staremmo parlando.

Il piombo che puoi darmi
sarà il tuo
mentre il mio cervello
sarà scossa, poi terra, poi niente
tu sarai ancora sveglio
e starai correndo con la mente
lo spettro che hai creato ti tormenta
è tutto tuo, io non sono
non più, non sono io la causa dell’insonnia
non è a me che stai raccontando
perché avevi scelto
di stare dalla parte di chi spara
non sono ne’ sarò mai più
chi ti ha dato quella scelta.

Io sto a fissar la canna del fucile
fino in fondo
è quello il solo posto dove stare
dove perdere è più facile
ma in quell’unico momento
posso dire
“questa non è una gara,
non si vince
non si perde
ma solo se ti lasci
guidare dalla mano
sente il peso
e se lo segui
saprai che cosa fare
è game over
è finita
nel momento in cui non spari.”

È tutto così semplice,
vuoi difendere, tu dici
il diritto di uccidere, rispondo
in questo mondo
che ha vissuto dando a tutti
e niente altro
ti lascio nelle mani il tuo diritto
e se vuoi sentirmi ancora
ti presento tutto il conto.

Più Stati,
più dogane,
più pistole,
più paura,
più pistole,
più controllo,
più fucili e più divise,
più pistole,
più bisogno di star dietro a quelli grossi,
più vergogna,
più rivalse,
più pistole,
più voci che ti urlano,
più corti i riassunti,
più decidi di comprare
più pistole che poi punti nei miei occhi,
li nascondi,
ma non basta
per sentire il mio silenzio che ti dice
che finché rimango vivo
dal mio lato del cannone
aspetterò che tu ti accorga
cosa dico
sono vivo
questa è vita
e voglio vivere.

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Vorrei che fosse ieri

Ad Antonella, sai che è sincero quando è scritto male

Vorrei che fosse ieri, quando ancora eri con me
e non dovevi perdonarmi ancora niente
ieri che ero libero di andar dove volevo,
ma non ti conoscevo,
e ti vorrei portare molto indietro
perché tu sia il mio ieri da più tempo.
Vorrei che fosse ieri, ma già sapere tutto,
per non fare gli errori che hanno poi fatto di te il mio ieri,
del resto chi vorrebbe non essere perfetto
e avere in cambio tutto quello che era stato
il mio ieri insieme a te?
Vorrei che fosse ieri, ogni giorno che ti vedo altrove
e spero che tu sia felice, ma poi taccio,
non ce la faccio ad esser buono, è più forte di me…
cancellerei lo ieri se volesse dire stare insieme a te

Gli eredi della terra

Siamo in mezzo a sconvolgimenti climatici senza precedenti nella Storia, fa molto caldo e molto freddo nello stesso giorno, le precipitazioni sono rare ma devastanti. Il tutto è stato causato dalla nostra eredità di inquinatori, che stiamo affrontando come umanità con risultati che danno una piccola speranza.
 
Può darsi dovremmo affrontare il climax del riscaldamento globale fra pochi anni, e allora avremo scoperto se l’umanità è in grado di sopravvivere alle vere catastrofi che ci aspettano.
 
La specie più disposta al cambiamento, quella che davvero potrà superare la fase più aspra del nostro futuro, è chiaramente lo studente universitario sotto esami: non esce di casa, non conosce sole, vento, pioggia, vita sociale. In quel periodo non vedrai mai postare su facebook cose come “minchia piove” “uffa che caldo”.
 
Ma gli esami sono un evento ciclico. C’è un’altra specie umana che invece non esce di casa mai, in nessuna stagione dell’anno. Il nerd.
 
Voi che guardata stagioni intere e filmografie su Netflix e avete imparato la sublime arte dell’hikikomorato volontario ordinando solo pizze a domicilio.
Voi che visitate più spesso 4chan e Reddit dei vostri amici e parenti.
Voi che praticate la religione dell’Xbox ogni notte e mattina.
Voi sfigati erediterete il mondo mentre ignorerete l’ennesimo post “credevo fosse aprile e invece buon Novembre”.
Sono con voi.

It is time to be a ghost

È ora di nuove strategie.

Dopo avere tirato la corda fino a sentirsi dire “la nostra intera relazione è stata solo dolore e sofferenza per me”, bisogna chiudere, convincersi che non c’è più niente da salvare. È il momento in cui sono più vicino alla disperazione, in cui avrei bisogno di un sostegno, e lo trovo nello scrivere.

Io non sono niente. Un ammasso di additivi senza sostanza, che inspiegabilmente attira a sè delle cause perse e le combatte fino all’ultima molecola. Dicono che vincere sia liberatorio, io onestamente non ricordo l’ultima vittoria, so che perdere contiene una liberazione altrettanto grande. Comunque tu abbia giocato, la partita è finita.

Quando arrivai alla fine della terza media, mi dissi: “è stato tutto uno schifo, dimentichiamocelo”. E lo intendevo, ho letteralmente fatto sparire dalla mia memoria diversi anni di vita. Funzionò in quel momento, ma non mi sembra più una buona idea.

Perciò resta solo l’accettazione. Accetta che i ricordi più importanti del sesso e dell’amore risiedono in una persona che non ti vorrà mai più vedere, per cui è meglio essere morti, ma che vivranno e resteranno visibili, che conoscono tutti i tuoi amici e colleghi e che ci parlano insieme. Che l’unica persona che non deve più farsi vedere di tutti, sei tu.

It is time to be a ghost.

 

Attendo la transustanziazione nella prossima ossessione, ma non ritengo adatto il momento per cercarla attivamente. Io mi espongo al rischio di una vita felice molto spesso, ma la vita è una cosa che semplicemente succede. Penso ancora che i fattori fondamentali della fortuna non siano sotto il mio controllo, sono solo riuscito a prenderne del buono, del molto buono. Con il tempo perderlo nel flusso di chilometri ed impegni e della voglia infinita di cercare qualcos’altro. Se ho una dipendenza bella forte è quella dalle novità: portano una speranza e a volte la confermano, mi mostrano un nuovo lato del mondo, un nuovo lato di me.

Mi sento un universo perché sono solo un vetro vuoto cui attraverso passa, intero, l’esterno. E il mio vetro è solo nero per il fumo, mostra un mondo scuro. E il passato è solo un peso, sono stanco. E il futuro è un foglio bianco. E mi reggo con le unghie ad un silenzio che ho abbracciato, ed è ora di lasciarlo. E sarà sempre leggero il mio bagaglio, se ricordo di donarlo, riordinato. E a qualcuno devo il mare e la fortuna del mio viaggio, anche se non so per quanto ancora. Ma è un debito da dare, non di soldi, non d’onore; è un regalo da passare a chi vien dopo. E forse sono niente, e forse sono tutto, tutto quello che mi resta da tenere, di sicuro. Di certo non mi resta che il pensiero che per quanto farà male potrà solo migliorare.

È quasi un sollievo arrivare a sapere di aver toccato il fondo, è un punto di appoggio come un altro, e lo conosco. È dove trovo tutte le speranze che son morte, ma ne sento una nuova che respira e poi risalgo, e poi riscendo, ci ricado. E so che finirò prima io di loro, che c’è sempre, e resterà un respiro oltre al mio, anche uno solo, per far vela e risalire.

Sull’amore per le epifanie

Quando vengo presentato ad un’idea che prende una cosa che ho dato per scontata tutta la vita e la mette in dubbio, io ci vado a nozze. Non c’è forse niente che ami di più al mondo delle epifanie, le illuminazioni che ti danno un punto di vista diverso sulla realtà.

Uno che ricordo è un articolo sullo sdoppiamento di personalità. Anche se è visto come un disturbo dai medici, le persone che ce l’hanno si sono riunite da anni in spazi su internet, dove ogni persona ospitata nella loro mente ha diritto di parola. E che esiste di più dello sdoppiamento, veri e propri sistemi di personalità multiple in un solo corpo, che indagano su loro stessi come noi indaghiamo sulla nostra singola personalità. La conclusione assolutamente semplice e meravigliosa a cui sono arrivato è che nel campo della mente qualcosa “È una malattia solo se fa male.”

L’ultima è questo discorso: Il matrimonio è un’istituzione maschilista che dovrebbe essere cancellata dalle leggi in favore di alternative sociali nuove. Il modo in cui questa donna porta il discorso è semplicemente meraviglioso. Devo sottotitolarla quanto prima.

Non oggi

Immerso dentro ai giorni vedo il bianco,
la vita che si scorda di riempirsi
svolgere il suo ruolo di bicchiere
di parole accattivanti, di supporto, di conforto, di addizione
restando nel liquame da cui esce
condita di batuffoli immobili
in attesa, un ragno secco
circondato di cotone abbandonato
mi ricorda, e il ricordo mi ripete
e di nuovo accade il tempo
in cui potevo cancellarmi dietro ad ogni tuo silenzio
e ancora succede e ancora ci spero
il passato è ineluttabile, lo so, ci ho provato
ed eccomi, ripeto, a dare il bianco
sopra al bianco
e guardo indietro.

Festeggiare la festa di tutti i miei padri

La paternità è molto di più dell’essere il titolare del seme che ha dato inizio alla tua esistenza biologica. Un padre è la persona che si prende la responsabilità della tua crescita. Un padre è anche un tuo maestro, un padre è una persona che puoi sceglierti o che capita nella tua vita, che ti indica la strada per diventare quello che sarai. Può anche farlo indirettamente, senza sapere di essere importante per te; è sufficiente che tu percepisca un esempio da seguire.

Quando ho suonato il mio primo concerto in assoluto ero in una ex caserma militare di Alessandria. Avevamo messo su una band di sei elementi: voce, batteria, due chitarre, basso e sax. Io ero il batterista e ancora oggi mi chiedo come ho fatto a fare stare tutti i fusti nel retro di una Seicento. Ovviamente eravamo terribili, fuori tempo, mezzi nudi, discretamente ubriachi, agitati e terribili…. l’ho già detto, ma lo ripeto. Abbiamo una registrazione di quel concerto su disco, e abbiamo giurato che chiunque lo ascolterà dovrà essere ucciso per mantenere il segreto. Ma eravamo felici lo stesso.

C’erano altri gruppi oltre a noi. Tre, credo, anche se ne ricordo solo due: i mr. Due di Picche (emuli di Giuliano Palma & The Bluebeaters) e i Bloody Honey: Marco, Federico e il Grinta. Quando ci eravamo incontrati prima del concerto, Marco aveva dato via a tutti copie del loro EP omonimo, sette tracce di cui una dal vivo. Quel giorno avevano suonato per la prima volta alle mie orecchie September, 3rd. E non mi è più uscita dalla testa, così come At Least, Lady Frustration, Perfect Violet.

Continuai a seguire i Bloody Honey, a riascoltare il loro EP e ad andare a sentirli suonare sui marciapiedi delle feste di paese e nei locali più nascosti dalle colline del Monferrato. Ogni tanto ci deludevano con (tante) cover dei Beatles, ogni tanto mi esaltavano con i Foo Fighters, ma erano sempre lì. Poi si sono separati, ma non sciolti, proprio come i miei Dusty Monkeys.

Ieri, dopo 5 anni di separazione, sono tornati insieme per un giorno (l’ultimo? Non so se fossero seri) e io ero lì. E dieci anni non contavano niente, ero lo stesso che li aveva sentiti per la prima volta, dopo il proprio battesimo del palco. Quello che continuava a infilarli nelle proprie playlist, quello che li cantava a memoria (anche se non ho mai imparato le parole), quello che li voleva passare nella propria radio in Ungheria (e l’ho fatto, eccome).

Perciò al giorno della festa del papà, mi sono accorto che i Bloody Honey sono stati padri, come i Nirvana, le Pornoriviste, Philip Pullman, Dave Grohl, Batman, Donnie Darko, Gabriele Vacis, i Meganoidi e tanti altri che nella vita mi hanno mostrato delle strade da cui ho fatto la mia.

Perciò questo post è per ricordare che la famiglia è più di qualche consanguineo, tuo padre non è solo il tuo procreatore maschile, ma chi ti dà un esempio che usi per crescere e accompagnarti nella vita. Perciò io faccio gli auguri ai Bloody Honey, che sono stati padri e compagni della mia vita, e probabilmente nemmeno lo sanno.

Auguri, ragazzi.

Evaso senza una causa

La prima bottiglia di vino è già vuota quando arrivo a casa di Marina con un bicchiere di whisky in corpo, e la terra gira già piacevolmente. È meglio che essere un ubriacone; ci si mantiene sobri, per rendersi ebbri con facilità.

Mi siedo, quinto al tavolo, esattamente in tempo per mangiare. “Ittadakimasu” dico, con la forchetta nelle mani unite.

“I che?”
“Buon appetito. In giapponese. C’ho quest’usanza.”
“Ah, buon appetito”

Mangiamo e svuotiamo rapidamente la seconda bottiglia di vino, mentre parliamo di lavori e persone. La mia discussione preferita degli ultimi mesi salta fuori, e perciò inizio a parlare.

“Io sono poliamoroso.”
“Cioè?”
“Cioè lascio le persone che amo libere. E voglio lo stesso per me.”
“E si può fare?”
“Certo, è di sicuro possibile. Ma non ci sono riuscito finora. Per questo sono single.”
“Io non capisco, come è possibile non essere gelosi della persona con cui stai, se pensi che stia con un altro, non ti dà fastidio?”
“Istintivamente, di sicuro. Ci è stato insegnato a farlo. Ma c’è un altro istinto che ho adesso, che mi fa smettere di preoccupare all’istante. È il momento in cui penso ‘chi sono io per decidere per lei?’. Finché mi ama, può fare quello che vuole con gli altri, non è un problema mio.”

Quando le conversazioni si tengono, fra italiani, ci sono due tendenze principali a fermare la comunicazione. La prima è quella di restare chiusi nei propri pensieri, ascoltando meno. La seconda è di infilare il proprio pensiero all’interno della conversazione, interrompendo (in questo caso) altre quattro persone che discutono, in barba ai loro fili logici individuali e collettivi.
Lo odio perché sono il primo a farlo.

“C’è un concetto che la comunità poliamorosa ha creato. Una parola che oppongono alla gelosia. E si chiama compersione: la felicità per la felicità altrui.”
“La gelosia non è poi così male, significa che ci tieni a qualcuno.”

Avere risposte preparate aiuta a non cedere alla rabbia e mantenere un livello di conversazione civile ed educato. Prendo fiato.

“La gelosia ha giustificato il 90% della violenza e dei femminicidi, ha mantenuto una società di possesso del partner e niente di buono. Puoi tenerci a qualcuno senza esserne geloso. E perché? Perché ami quella persona per com’è nella sua libertà personale. Perché non esiste nessuna ragione di ingabbiarla nella tua paura di perdersi, di rimanere soli. Perché essere gelosi quando puoi insegnarti ad essere felice?”

Molte altre considerazioni personali sono saltate fuori quella sera. Altre sono rimaste nascoste e intime. Ma è una fortuna poterle fare. A questo servono le persone, e le nostre goffe parole.

Mi suona il telefono, vado in balcone. Camu, da Londra, sempre iperattivo. Vuole sapere come va.

“Beh, ho un’azienda da costruire dall’inizio. Faccio cinque lavori assieme, e devo mantenere in testa il disegno più grande. Tutto è rallentato dal fatto che sono una persona sola. Sto cercando di costruire la squadra, e qualcuno mi aiuta per farmi un favore. Entro Settembre capirò se questo tentativo va da qualche parte o se devo chiudere.”
“Ho capito, ma sei libero fra quindici giorni?”
“Non sono mai libero. Non sono mai impegnato. Sono io il mio capo. Ti ho appena detto che ho un casino di roba da fare.”
“Perché il mio nuovo capo inaugura il ristorante, o fra due settimane o fra un mese, e io ho degli inviti da dare via. Li ho mandati a un paio di amici in Italia e volevo darlo anche a te, che almeno mi telefoni ogni tanto per sapere come sto. Piuttosto che agli altri.”
“Eh, picciò, senti, io ci verrei anche, se mi dai una data e guardo gli aerei ed è accettabile, io ci vengo. Sai che non ho soldi adesso.”
“Ok, sì, ha senso. Ma considera che prima di andare io devo venire a Torino per parlare con un fornitore, per cui poi verresti su con me.”
“Ah, boh. Vediamo, dai. Fammi sapere. Tanto ho bisogno di scappare un po’, e nel Regno Unito ho bisogno di incontrare delle persone.”

Scappare. Allontanarsi dai cinque lavori dentro uno, dal grande disegno da tenere a mente ogni secondo, respirare un attimo, via da quell’aria nera in cui abito malamente metà del mio tempo. Sentivo il richiamo delle montagne da giorni. Ed ecco che mi capita l’occasione.

Gaia deve tornare a casa a Susa con i suoi due amici, ma è troppo stanca per guidare, e perciò mi offro di farlo io. Subentrano complicazioni, che risultano in me nel sedile posteriore di una Seicento diretta a Condova, mentre la padrona dell’auto rimane a Torino a dormire. Seguono conversazioni di questo genere.

“Ma sei sicuro di voler passare la notte in stazione?”
“Sì, perché no?”
“Ma fa un freddo assurdo e c’è un vento della madonna dalle nostre parti.”
“Me la caverò, non sarà più freddo dell’Ungheria. Ho un’altra felpa nello zaino.”
“E cosa ci vai a fare, di notte in stazione?”
“Niente, scappo.”

Mi viene da chiedermi perché non ho sonno a quell’ora. È facile, pensandoci: mi sto mettendo in una situazione imprevedibile, a ore notturne, in condizioni climatiche non ideali. Gli altri sono preoccupati, io non vedo l’ora di perdermi, anche solo per tre ore.

Così scendo in stazione. Fa freddo e il vento è fortissimo, volano piccoli oggetti e bordate di polvere.

“Ciao, alla prossima.”
“Sul retro c’è la sala di aspetto, se è aperta.”

Non controllo nemmeno, seguo i miei passi attraverso il sottopassaggio e lungo la strada per Chiusa San Michele. Sono quei momenti che vorrei l’abilità di catturare le immagini che incontro, o almeno essere un fotografo. Invece posso solo segnarmi il marciapiede ancora da finire, la casa (anch’essa in costruzione) che il vento faceva urlare, la madonnina all’incrocio, la piazza del municipio, le bandiere dei No TAV ad ogni lampione, i pannelli che raccontano la storia della città, la chiesetta con il suo spazietto isolato dove stare nascosti, i due tizi locali che girano la città insieme, alle tre di notte di un mercoledì, a piedi. Poi una livella per terra di fronte alle Poste, la banca, il parapetto non in bolla, il campanello non in bolla, la salita ovviamente non in bolla, ma quanto. La biblioteca della città, le bacheche pubbliche per corsi di danza, di judo, circoli dei lettori, riunioni dell’AVIS, associazioni naturaliste no TAV che ricordano che il termine dei lavori è scaduto a fine 2015 e dovrebbero smetterla di rovinare le montagne. Una piccola arcata illuminata con una fontana di montagna, un abbeveratoio in pietra dove posso bere e lavarmi i denti. Resto lì sotto per un po’. Ripassano i due tizi di prima, si siedono su una panchina vicino a dove mi trovo io, ci scambiamo un cenno, vagamente, forse, poi se ne vanno. La mia arcata ha una presa elettrica scoperta e il mio telefono ha bisogno di ricarica, ottimo.

Faccio una strada diversa per ritornare in stazione: l’inizio di un sentiero che avrei percorso se avessi avuto più ore e una torcia, un lungotorrente di legno con delle pagodine ogni cento metri per restare seduti. Poi di nuovo la casa urlante prima della stazione.

La sala d’attesa è chiusa e manca quasi un’ora al primo treno. Comincio a confondere i rumori di fondo con delle voci e attendo che arrivi qualcuno che non esiste nemmeno. Non ci sono donne delle pulizie nelle sale d’aspetto a quell’ora.

Ad attendere il primo treno della mattina spuntano alla spicciolata altre tre persone, che si mettono a discutere sullo sciopero dei treni che doveva essere quel giorno lì. Potrebbe essere un problema. Controllo sul telefono, ma ricordo correttamente: è stato spostato qualche giorno più in là. Ciò non di meno, il primo treno del mattino è in ritardo di venti minuti.

Mentre lo attendo, una luce spunta dal profilo delle montagne. È una mezza luna  in procinto di sorgere. ‘Ora so perché ho fatto questo viaggio’, penso fra me e me.

Sulla via del ritorno, scopro altre cose: che alle cinque e mezza di mattina c’è già qualcuno al pianoforte di Torino Porta Nuova, che Nina Simone sa spaccarti il cuore in due, che se passi una notte bianca a perderti, morirai di sonno al mattino. E che vivo per viaggi come questo.

L’amore è libero e non vedo perché tu non dovresti esserlo

Ho una casa mia, per fortuna. Questo mi rende messo meglio di un buon assa1% dei miei coevi. Le mie scelte lavorative mi portano a starne lontano per buona parte della settimana. Ho scoperto che dà molta più nostalgia di casa il vederla regolarmente (ma di rado) che lo starne lontano per lunghi periodi. La lontananza fa sì che si tenga il riscaldamento spento in più di metà dell’appartamento, e che lo si accenda solo nelle stanze strettamente necessarie. Così questo inverno mi ha visto abitare metà del mio tempo in un ufficio col pavimento di legno e l’altra metà in una stanza relativamente fredda.

Ma è successo di poter ospitare delle persone. È un’ottima scusa per rialzare il riscaldamento e fare delle pulizie che non saprei giustificare alla mia testa caotica altrimenti. Perciò, come sempre quando si riassetta una casa, saltano fuori pezzi di storia passata che mi ricordano che, prima, casa mia era casa nostra.

Una lista della spesa imboscata in un cassetto, la sua scrittura, mi ricorda che questa casa aveva un senso di esistere perché conteneva una coppia, la mia coppia. E l’idea ancora genera un sottile dolore. La presenza riecheggia nella mia testa e la vecchia abitudine di aspettare che spunti da dietro la porta e mi guardi forma un’immagine vivida. Questa è ancora casa sua, in quel senso. Qualche angolo mi appartiene, ma alcuni pezzettini sono riservati per la sua immagine.

La casa è il riflesso della mia testa. Per quanto cerchi di farci ordine, il passato rimane. Ogni amore che ha attraversato la mia vita ha lasciato qualcosa che amo ancora oggi e che amerò sempre. Ho un’enorme fortuna, in amore, e ho sempre trovato donne diverse, diversissime fra loro. Nessuna storia è uguale ad un’altra, per me. Ogni volta, sono dettagli diversi che la costruiscono. Gli sguardi, i capelli, la scia di profumo, il sapore, l’orecchio, le carezze, le dita, il suono della voce, l’accento, le fobie, l’intelligenza, i posti che ha visitato. Una qualunque cosa, anche che non immagino prima, costruisce un’intera geografia della mia attrazione verso quella persona.

Perciò mi sono innamorato di tante donne diverse, e mai ho smesso di amarle. I continenti che le costituivano si sono piano piano sommersi, lasciando solo un giorno, una parola, un’espressione nelle superfici della memoria. Mentre le relazioni diventano via via impossibili da recuperare, il mio mondo continuava ad avanzare nella sua autostrada, ma fissando insistentemente lo specchietto.

E per queste stesse ragioni, più volte le relazioni finiscono ad accavallarsi in uno stesso periodo. Così amo un sorriso di una ragazza e l’abbraccio di un’altra e mi interesso della camminata di un’altra ancora. Così rientro nella cerchia dei poliamorosi. I miei amori presenti e passati convivono, tutti, nella mia vita, e non solo non competono fra loro e non svaniscono ma non vedo perché dovrebbero.

Ho scoperto che l’amore è libero: non guarda a sesso, età, religione, nazione, non al tempo, non ai modi, non alle leggi, non all’essere realmente possibile. L’amore è sempre stato di più di quanto credessi prima, fino a convincermi che è, senza dubbio alcuno, una forza senza confini.

Ogni volta che sento discutere di leggi sulle unioni di persone, so che si tratta di riconoscimento e non di legalizzazione. Perché l’amore le aveva già create prima che le potessimo prevedere. Perché la ragione è nata dopo la follia, la conoscenza dopo l’ignoranza, la consapevolezza si è sviluppata dentro di noi dalle nostre nebbie e spero che un giorno ve ne accorgiate come lo vedo io chiaramente: l’amore è libero.

Cosa non va con Facebook. Un lamento

Facebook ti aiuta a restare ancorato morbosamente al tuo passato consigliandoti persone che potresti conoscere e lasciandoti parlare con quella persona che hai visto una volta dieci anni fa.

Facebook è il perfetto social network per generare un attaccamento a persone che ti raccontano la loro vita mentre tu rimarrai nessuno per loro. Puoi essere fan di chiunque! E da chiunque farti dire “chi cazzo sei?”

Facebook è la seconda più grande azienda di advertising del mondo dopo Google, e fa quel lavoro benissimo, infatti, mentre il suo secondo scopo è mantenere ferma la tua anima, così la possono inscatolare negli algoritmi pubblicitari.