All I do is writing stones

It is economically sound to have formed a family by the age of 30.
The state benefits for married couples and newborns can be easily deemed universal, as they can be found anywhere in the civilised world.
The global economy, too, is built to satisfy the need of households inhabited by three people or more. Family packs.
Having a well-launched career is the cementification of a good social standing, providing the steady income such nuclei need.

I arrive at this age a social loner, my heart almost pulverised. I’m at the attempt number five, six, or seven of building a life that can stand, so I can rock it the way I want it to. But what I want is too much, my ambitions too large. To fit everything I am, a 4 bedroom house wouldn’t be enough, the income of a full time job won’t cover the research, and finally, the time of a day won’t be enough. Only a calculated overflow could be a feasible life for who I ended up to be.

Living by addition,
all I have to see because I want understanding and control.
I have still some heart left, so please come in,
there’s some fragments you should step on, before they grow too large.
I’m a man, but I don’t really know how,
while I watch the manual burn completely,
we took out what was toxic
and while we rethink the roles
I really do not know what to do with myself.
I’m a straight white european male,
the world’s my fuckin playground
but luckily we stopped the game to try and make it better.
Freedom is power is money is a job it’s your age it’s inside it sits out there
And I don’t know who to give it to
because I want it all
all the songs I want to listen so I can quit your Taylor Swifts on Radio Capital
all the books that tell me places I have friends in
all those games that make me be someone else so I can find myself
and be an actor and a writer and a dancer and play football
and make politics and anarchy and get out there, organise, explain the difference, make it
give all I can give so I can get to be. Get to be that guys who’s paid to be himself and noone else.
CLose the jails, find the way.
Set the world allright so I can leave for Mars.
And find you all on the way there, cause I feel free when I can do what I want
but I feel good only if everybody’s freeer than me.

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No light can make us white

If I blew up a colour star
close enough to our system
to paint all of our universe
in a single, brilliant shade
of white
so nothing you could see
you’d be able to tell
and we could all give our eyes
to the pawnbroker, to the landfill,
stick ‘em in the drawer
with used phones and photos
we would still be talking
through the radical change
as nothing happened
over the clatter of cutlery
and the taste of milk and tea
And we would love the sound of voices
and the feeling of firm flesh
even more than we do now
because that would be all
all we have, all that’s left.

We are the coming together
of atoms in organs in bodies
in families and parties
and species and the rest,
all happened just because
there’s nothing that makes sense
and our greatest limit is
the power
to make sense out of nothing.

Agitando il fazzoletto all’ultima nave da crociera: la mia isola deserta

La solitudine è anche un’incapacità di chiedere aiuto quando ne avresti bisogno. Ho una vita complicata da capire, soprattutto quando dico che di vivere non ne ho più voglia, è andata bene così, ancuragrassie.

Mi sono costruito una vita solitaria, distante. Chi è importante è lontano e col tempo andrà per la sua via. Pochissimi ricordano e non posso che essere grato a loro. Non ho intenzione di scaricare il peso delle mie emozioni su di loro.

Per cui piangerò da solo, in questo momento devastante della mia vita, senza chiedere nulla. Non saprei come, non saprei il perché. Sappiate che, nell’isola che sono, resto. E ci sarò per chiunque mi cercherà e quando avrò qualcosa da chiedere a qualcuno, lo farò senza esitare, apparendo dal nulla nei messaggi del suo telefono, come faccio da sempre.

È la mia strada, dopotutto.

Per ora

Non c’è davvero nessuno che vorrei avere intorno per un’ora.
Un minuto, cinque minuti, sì. Fino al mattino, sì. Due ore, anche.
Ma a che cosa serve, da sola, un’ora?
È appena il tempo di mangiare, e dopo aver lavato i piatti salutarsi.
È guardare una puntata di una serie, e poi andare via dopo il primo commento.
Se poi ci sono di mezzo i trasporti pubblici, non è nemmeno tanto, sono tre quarti d’ora.
Non mi bastano per fare l’amore fatto bene, tre quarti d’ora, e se anche ce lo facessi stare, come farei a limitare tutto il tempo a quello?
In un’ora non trovo l’istante per innamorarmi. In un’ora non ti racconto una storia breve, non ti accenno una storia lunga.
In un’ora potrei dimenticarmi che è il tempo di tirare fuori un regalo per te. Solo perché non è pronta la scena, in un’ora.
In un’ora puoi vedermi solo se paghi il biglietto, e non dopo.

Ho un’ora, per te, solo se sono in viaggio. E ora sono solo, e ho soltanto un’ora.
Sto bene da solo. Da solo, per ora, resto.

Dieci minuti al giorno

Da un paio di mesi, ho iniziato a praticare dieci minuti di giocoleria, quasi ogni giorno. Ho comprato delle palline a qualcosa come £1.70, dopo l’entusiasmo di Settembre alla Repubblica Indipendente di Lu. Dieci minuti al giorno è un ottimo trucco per fare un’ora alla settimana di pratica, e se stimiamo venti ore per diventare bravi abbastanza, significa che in quattro mesi puoi arrivare ad essere capace quasi senza accorgertene.

Perciò sono a metà del percorso, e a metà della sessione di oggi ho realizzato alcune cose: che delle palline da due soldi complicheranno la faccenda un casino, e che i lanci peggiori sono quelli della mia mano sinistra. Il che ha una logica, se ci pensi.

Così ho pensato che la mia mano sinistra non mi ascolta, e l’ho guardata e le ho detto “ascoltami!”. E ho pensato che dovrebbe farlo, visto il rapporto privilegiato che abbiamo. E sì, ho pensato all’onanismo (anche se tendo a usare la destra anche lì). E quindi alle persone che hanno avuto la mia mano sinistra addosso, per sesso o per affetto. E così ho pensato che non posso più accarezzare Neve e la sua guancia. Non mi dormirà mai più sulla spalla destra. Le parti di me che sono nostre le ho sentite tutte.

E mi sono lasciato cadere sul letto. E i dieci minuti di giocoleria oggi sono stati cinque.

Festa della Liberazione

Una mattina, mi son svegliato, oh bella ciao, e ho trovato Trump, e Putin, e Orbàn e la lista e lunga e sembra allungarsi.
E se io muoio e questo è solo stato un post social, tu mi devi seppellir.
E se invece quando ho finito di abitare la nostra Terra, siamo riusciti ad essere più vicini alla libertà, seppelliscimi all’ombra di un bel fior. Il fiore del partigiano morto per la libertà.

Buon 25 Aprile 2017. E 2018. E ’19… ’20… ’21….

Watch the world with open eyes

It is a matter of scope, after all.
After Westminster, people called me to check if I was fine, even if I live a considerable distance away.
But I live in Peckham, a London zone known to be amongst the highest in crime rate.
Just yesterday, one person was stabbed (alongside with another, who ran away) two blocks from my house. Seems the person made it through at the hospital. It didn’t make the big news. No one is going to ask if random violence affected me.
It did, it does. Anywhere and everywhere. It’s not a matter of distance, not of personal danger, not even of “security”. I just don’t want people to get killed, it’s that simple.
 
It does help me to point out that life is also chaotic, and violent, and that there is not a grander scheme of things behind it until we prove otherwise. We’d like to, it would be easy, like a game: “us” and “them”, good and evil. We’d also like to know everything about everybody; that’s the secret behind the success of reality shows and video surveillance. We’d like life to make sense, but it doesn’t. Life is just everything happening around you, and knowing all the reasons why is not going to help you.
 
I live in a violent place called Earth, which is getting less and less violent, while it’s getting more self-aware. We are trying to solve everything, and if it is possible we will, even if it takes millennia, even if we have to start over, or endure cataclysm and war.
A matter of scope.

Identità

All’avvicinarsi del compimento dei miei 29 anni. Ho alle spalle una serie di vite diverse.
Studente diurno sempre assonnato, giovane discolo, frontman funk-rock, giornalista, scrittore, disoccupato, imprenditore, impiegato di cooperativa, radiofonico, partecipante di progetti nazionali e internazionali, teatrante.
E poi amante, fidanzato, amore della vita, speranza lontana, trombamico, amico che vorrebbe di più, amico che stai bene dove stai, una notte, ci siamo conosciuti nel momento sbagliato, mi hai sorpreso, mi hai deluso, non farti sentire mai più, ammiratore.

Ho visto un sacco, tanto da sentirmi pieno. Ho imparato che sono un anarchico, un liberalista, un poliamoroso, che sto meglio quando la varietà è al di sopra della mia portata, in luoghi in cui la passione si esprime al massimo, e quando la situazione richiede decisioni veloci ed importanti. Che il mio posto ideale è al servizio di altri, sia guida, sia supporto.

Ho capito che sfuggo alla comprensione altrui, che la mia conoscenza di me stesso è logicamente così profonda da essere il mio miglior consigliere. O che la mia capacità di comunicare è così rumorosa da impedire agli altri di essere utili.

Ho visto che non ho memoria per le cose che dico o faccio, ma i sentimenti che provo per le persone si conservano intatti ad anni di distanza, per quando ci si rincontrerà.

So che sto passando molto tempo ad aspettare succeda qualcosa, so che agisco lentamente rispetto agli standard dell’iperveloce XXI secolo. So di essere molto lento in certi aspetti e iperveloce in altri.

Ho 29 anni, mi sento molto vecchio e molto inesperto. Come se la mia vita non fosse ancora iniziata ma fosse già stato tanto da dire ok, dai. Ma la vera domanda di ora è: e adesso che si fa?

Linguaggio e Black Mirror per una mente ultrastanca della sua iperspecializzazione monolinguistica

Sono un Italiano a Londra da quasi quattro mesi. E ho scoperto una cosa sul linguaggio. Una lingua di cui conosci la grammatica ma non il vocabolario in maniera estensiva è una lingua che parli peggio. Una lingua parlata peggio arruginisce i tuoi sistemi cognitivi al punto da renderti più stupido. Essere brillanti è un aggettivo che ti puoi guadagnare solo spaziando nella pindaricità.

Quando passi il tempo a farti ripetere le cose due volte perché non capisci l’accento, o ti vengono dette parole che non conosci, o peggio ancora hai incorporato nel tuo intelletto processi mentali veicolati attraverso espressioni che in quella lingua nemmeno esistono, hai un problema di rigidità mentale verso la comprensione della lingua e quindi della comunicazione. Comunicare male ha degli effetti devastanti su molti effetti della vostra vita, sono sicuro che un bidello che conoscete vi servirà da esempio.

Entra in scena la prima puntata del nuovo Black mirror. Nuovo, si vede, sotto tanti aspetti. È su Netflix, e quindi è una Netflix original series, questo vuole dire che gli scrittori hanno linee guida diverse da cui partire. Cambio che avevo già notato con i denti digrignati già quando nel trailer qualcuno guidava dal lato normale della strada e non a sinistra come tutti i britannici. Dettaglio importante che dice pubblico internazionale.

E così seguiamo la nostra prima storia. “La giovane donna ossessionata dai like” che viene estesa ad un universo in cui questo discorso è pervasivo in tutti gli aspetti della società. Noto già come questo sia un discorso costruito in un certo senso alla rovescia rispetto alla serie britannica. I personaggi precedenti erano dentro a un mondo avanzato tecnologicamente sì, ma loro malgrado, ne erano in qualche modo scollegati. Invece in ogni parte della puntata non esiste niente al di fuori del sistema di reputazione; la protagonista non fa letteralmente altro che mettere cinque stelle, tre stelle, due stelle, controllare i feed altrui, postare foto, ed essere una sfigata.

Io odio i personaggi di donne sfigate. Il mio riferimento in tal senso è Bridget Jones (anche se in realtà è JD di Scrubs). Li odio perché… aspetta, prima definiamo sfigate. Sono quel tipo di donne bianche verso i trenta che hanno ceduto alla pressione sociale diventando delle “sceme volontarie”, tentano di arrampicarsi socialmente in modi scalcinati e inoffensivi verso la dominanza maschile, la vera immagine dello status quo sugli stereotipi di genere.

Se come me odiate tutto ciò, vi sarete probabilmente schierati dalla parte di suo fratello, che dice apertamente “tutto ciò non ha senso” nei due minuti e mezzo di sua esistenza in questa puntata. E allora, probabilmente, avrete visto la puntata di Black Mirror più divertente in assoluto. Perché è ovvio che a una donna sfigata succedono sfighe, il più vicino possibile ad un Evento Importante. Ed è chiaro che ogni ostacolo la porta a reagire in modo scomposto ed emotivo, che ogni problema è parte del Grande Problema Insormontabile ed è tutta una cospirazione contro la sua facciata di Donna Di Successo.

Il fatto che Black Mirror sia invece una serie noir fa capire che questa svolta Netflix comincia sotto cattivi auspici. Questo genere di scrittura, se permane nelle prossime puntate, non raggiungerà mai la tensione, testa di ponte degli episodi precedenti, e risulterà in un calo generale. Americanizzazione? Può darsi.

Ora, però, c’è un trucchetto nascosto, in questa puntata, che è una vera chicca. Nel momento in cui ho finito di vederlo, sono andato immediatamente su Facebook. È un problema che ho ultimamente, la difficoltà a mantenere la concentrazione e soprattutto a cercare contatti esterni, la famosa distrazione continua in attesa di qualcosa di significativo che è la pena di questo momento della tecnologia. Ma sto divagando (Ehi!).

Il fatto è che se credi ai social network con molta forza, la comunicazione che ne ottieni da’ una soddisfazione più grande. Appena finito di vedere la puntata, leggere un singolo commento mi ha fatto ridere veramente, e non LOLlare. Mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post per tornare a parlare, perché la morale della puntata è “esprimiti liberamente”. E per via delle mie rigidità mentali, la mia libertà di espressione è in una lingua sola, quella di Dante.

La più grande sfida di quest’era è quella della mediazione

La grande battaglia di quest’epoca è fra l’apertura mentale e la chiusura. Il cambiamento è arrivato e la paura del futuro spinge a chiudersi, nei confini, nei comuni, fuori dalle informazioni e dalla meraviglia del nostro universo infinito, dentro i complottismi, dentro la necessità di avere fede in un Dio pensato solo per un pianeta piccolo di un universo inarrivabilmente grande. Così la politica dei confini chiusi, così Brexit, così Trump, così ogni votazione di questi tempi. Dicono che siano tempi bui, ma non siamo mai stati meglio, collettivamente. Meglio informati della nostra ignoranza, delle nostre paure, delle alternative alla nostra società attuale. Le guerre potrebbero anche finire tutte, nel giro di pochi decenni, la tecnologia liberarci dal lavoro e dalla necessità dell’economia. È una spinta spaventosa, che incontra resistenza da chi pensa di vivere nello stesso mondo di solo trent’anni fa.
E così si prepara la battaglia, forse l’ultima battaglia di quest’era dell’umanità: la battaglia delle menti. Chi trova il modo di restare collegato al mondo intero e chi taglia il filo. Chi aspetta gli androidi e chi rifiuta di avere uno smartphone.
La battaglia delle menti. Come e più delle guerre combattute con le vite umane e le armi, questa battaglia finirà solo quando non ci saranno più differenze fra i due schieramenti. Nessuno dichiarerà la supremazia sull’altro, nessuno dei due sparirà. L’unica cosa che troveremo oltre questa curva sarà la società della Terra, forse per la prima volta propriamente detta, composta dai cinque continenti con un coacervo di lingue che sanno comprendersi.
Andiamo verso questo scontro culturale, e il soldato più importante sarà l’infermiere, il mediatore, quello che saprà insegnare che le proprie radici non spariscono mischiando i rami con altri alberi. Solo insegnando a mantenere le proprie differenze su sé stessi e non addosso agli altri, questi tempi si schiuderanno nei successivi.
E l’ultima cosa che rende questa battaglia priva di vincitori è la forza del cambiamento stesso: troppi investimenti di tempo e energie psichiche, un’umanità, una vita troppo forte per essere zittita da qualcosa meno di un’apocalisse. La vita che trova sempre una strada.
 
Non sono tempi bui che ci attendono, ma tempi di vita fortissima.