It is time to be a ghost

È ora di nuove strategie.

Dopo avere tirato la corda fino a sentirsi dire “la nostra intera relazione è stata solo dolore e sofferenza per me”, bisogna chiudere, convincersi che non c’è più niente da salvare. È il momento in cui sono più vicino alla disperazione, in cui avrei bisogno di un sostegno, e lo trovo nello scrivere.

Io non sono niente. Un ammasso di additivi senza sostanza, che inspiegabilmente attira a sè delle cause perse e le combatte fino all’ultima molecola. Dicono che vincere sia liberatorio, io onestamente non ricordo l’ultima vittoria, so che perdere contiene una liberazione altrettanto grande. Comunque tu abbia giocato, la partita è finita.

Quando arrivai alla fine della terza media, mi dissi: “è stato tutto uno schifo, dimentichiamocelo”. E lo intendevo, ho letteralmente fatto sparire dalla mia memoria diversi anni di vita. Funzionò in quel momento, ma non mi sembra più una buona idea.

Perciò resta solo l’accettazione. Accetta che i ricordi più importanti del sesso e dell’amore risiedono in una persona che non ti vorrà mai più vedere, per cui è meglio essere morti, ma che vivranno e resteranno visibili, che conoscono tutti i tuoi amici e colleghi e che ci parlano insieme. Che l’unica persona che non deve più farsi vedere di tutti, sei tu.

It is time to be a ghost.

 

Attendo la transustanziazione nella prossima ossessione, ma non ritengo adatto il momento per cercarla attivamente. Io mi espongo al rischio di una vita felice molto spesso, ma la vita è una cosa che semplicemente succede. Penso ancora che i fattori fondamentali della fortuna non siano sotto il mio controllo, sono solo riuscito a prenderne del buono, del molto buono. Con il tempo perderlo nel flusso di chilometri ed impegni e della voglia infinita di cercare qualcos’altro. Se ho una dipendenza bella forte è quella dalle novità: portano una speranza e a volte la confermano, mi mostrano un nuovo lato del mondo, un nuovo lato di me.

Mi sento un universo perché sono solo un vetro vuoto cui attraverso passa, intero, l’esterno. E il mio vetro è solo nero per il fumo, mostra un mondo scuro. E il passato è solo un peso, sono stanco. E il futuro è un foglio bianco. E mi reggo con le unghie ad un silenzio che ho abbracciato, ed è ora di lasciarlo. E sarà sempre leggero il mio bagaglio, se ricordo di donarlo, riordinato. E a qualcuno devo il mare e la fortuna del mio viaggio, anche se non so per quanto ancora. Ma è un debito da dare, non di soldi, non d’onore; è un regalo da passare a chi vien dopo. E forse sono niente, e forse sono tutto, tutto quello che mi resta da tenere, di sicuro. Di certo non mi resta che il pensiero che per quanto farà male potrà solo migliorare.

È quasi un sollievo arrivare a sapere di aver toccato il fondo, è un punto di appoggio come un altro, e lo conosco. È dove trovo tutte le speranze che son morte, ma ne sento una nuova che respira e poi risalgo, e poi riscendo, ci ricado. E so che finirò prima io di loro, che c’è sempre, e resterà un respiro oltre al mio, anche uno solo, per far vela e risalire.

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