Fine

Guardando il susseguirsi di esplosioni, nel caos più completo, si arriva a un momento di silenzio.

Ti si apre la faccia, come se tentassi di aprirti alla conoscenza totale, rompendoti nel processo.

Senti grattare dall’interno, il giudizio che ceca di uscire.

C’è una regola contro il giudicare, e ci sono gli aggettivi.

La guerra è terribile. Le persone intorno a me sono degli idioti. È sbagliato? Forse, ma è naturale.

Senza l’aggettivo “pericoloso”, saremmo estinti. Oggi, senza l’aggettivo “sbagliato”, avremmo smesso di evolvermi.

Quindi sì, vi giudicherò, sempre e comunque. Non è che perché vi siete inventati il Dio giudice, io devo smettere di usare aggettivi. Non mi sto sostituendo ai vostri piedistalli. Vi sto lasciando travolgere dalla mia percezione, al limite.

I giudizi, sì, possono essere molto, molto potenti.

Accarezzo il fucile, perché è ora di stringerlo. Prendo la mira.

Sparare non è giudicare. Ne sono sicuro, da qualche parte, ma ancora faccio fatica a capire perché. So solo che una parola non potrà attraversarti il cranio e demolire il tuo cervello in una massa di fiocchi d’avena rossi. Dalle parole puoi guarire, così come te ne sei ammalato.

Dai proiettili a punta cava, invece, t’attacchi. Sei fatto. La tua storia finisce nel foro d’uscita. Un sacco di spazio per mettere insieme tutte le inutilità della tua esistenza, e accorgerti di quanto la vita sia assurda. Troppo complessa per sembrare vera. Punto.

Mi spiace, presidente.

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