Non sono stato io, ha funzionato.

È una responsabilità essere quelli ancora vivi. Vuoi dei nomi? Vai a scuola. Ti insegneranno tutto quello che è successo dall’homo sapiens a quando nacque tuo nonno. Dei tuoi padri non ti insegneranno mai nulla, non è importante, potrebbe essere pericoloso. È bene che nella tua ignoranza sconfinata ci siano anche gli anziani per cui devi portare rispetto, e non fare domande. Se sapessi cosa hanno fatto, se ti azzardassi ad aprire gli occhi e vedere cosa ci hanno lasciato, non avresti più saliva per sputargli addosso. Hai di meglio da fare. Devi fare di meglio.

 

Ho fatto appena in tempo a scrivere questo pensiero, che mi ha chiamato Alice. E quello era esattamente quello che aveva bisogno di sentire, secondo me. Così non sono più riuscito a portarlo avanti. In verità potrei usarlo per iniziare un racconto autobiografico, basato su quando sono andato a vedere le luci della centrale elettrica. Se mi torna l’ispirazione, lo farò.

Ouch, di nuovo.

E ancora cosa dirle? che scusa usare per vederla ancora?

Ogni tanto qualcuno interrompeva i silenzi in cui abitavo dicendo che erano imbarazzanti, ma io non mi sentivo per niente in imbarazzo, anzi ero tranquillo come più non si poteva. Non avevo niente da dire, e tacevo.

Il problema è che vuoi dire “vorrei averti intorno ancora un po’, giusto per decidere”, e insomma, non è maleducazione, ma è stupido. E essere stupidi funziona solo se sei oltre un certo interesse nella sua vita.

Oh accidenti, lo sto facendo di nuovo. Voglio dire, normalmente preferisco lasciare le cose che non vanno avanti da sole dove gli compete. Nel passato. Però ecco, stavolta vorrei forzare un po’ le cose, e mi chiedo come.

Ha senso?

16 gennaio 2012 - Una Risposta

Ho fatto un disco. L’ho finito il mese scorso. Il mio bassista lasciò il gruppo quaranta giorni prima e il mondo della musica in toto per andare a fare l’ingegnere automobilistico e null’altro. Registrammo il disco perché non c’erano dei cazzo di locali dove andare, e quindi temevamo che la musica che abbiamo prodotto non potesse essere ascoltata in altro modo. Così spendemmo dei soldi per registrarla, una costosa fotografia della nostra situazione. Per questo l’abbiamo chiamato Posa.

Ora la situazione è diversa. La nostra situazione. Fuori ha solo aperto un locale per coverbands in più e le cagne sono diventate maiale.

Il punto è che il mio disco è del mese scorso, e già non lo ascolto più, è passato. Il punto è che se penso ad un album me lo figuro come una retrospettiva, un disegno accurato del passato che vale la pena ricordare, un percorso attentamente strutturato. Invece è stata un’istantanea venuta mossa. La adoro, perché è mia, ma è figlia di un luogo che non ci lascia il tempo di fare gli album nell’altro modo, che azzarderei a chiamare giusto.

Quindi mi chiedo: ha senso un album fatto così?

Le valigie fatte in soffitta e lì rimaste

Nella mia cartella “scrivania”, ci sono circa dieci anni di idee iniziate e mai finite. In realtà sono dei lampi, degli ottimi inizi per un racconto, ma manca qualcosa da raccontare per andare avanti. Ogni tanto ne rileggo qualcuno, vedendo se ho lasciato degli appigli per costruire qualcosa, per dare una fine. Ma ero molto bravo, da piccolo, e quei racconti sono aborti perfetti. Non partono.

Mi rappresentano alla grande, altroché.

Sonic Alchemies – Lamento

Io ho apprezzato l’idea del Teatro Regionale Alessandrino di fare una rassegna come Sonic Alchemies.

Voglio dire, hanno chiamato i Rezophonic, i Planet Funk, i Legendary Kid Combo. Poi avrebbero chiamato anche Frankie Hi NRG MC… cosa potevi dire a una lineup di artisti del genere? Molte cose, si possono dire.

Andiamo con ordine: devo spiegare che Sonic Alchemies è la rassegna ideata dal già citato TRA dentro il QBA, un locale vicino alla ferrovia di medie proporzioni, votato normalmente ad essere una discoteca. L’idea degli organizzatori è di rivivificare la scena live di musica originale chiamando dei gruppi seri.

Il primo difetto si nota a posteriori. Nessuno se n’è accorto. Bisognava stare con le antenne MOLTO puntate per captare l’esistenza di questo progetto. Lo dico qui e lo dico in ogni occasione: gli eventi su Facebook SONO IGNORATI dall’utente medio, che se ne vede arrivare dai 3 ai 20 al giorno. Chiunque si sia messo a fare promoting ha fallito miseramente: ignorando i costi d’ingaggio, un locale che tiene 200 persone al massimo risultato riempito per un quarto o poco più, rivela di sicuro una perdita economica, senza stare a fare i conti in tasca agli organizzatori.
Ma ci sta ancora, essendo un tentativo di riunire il pubblico che vuole musica dal vivo originale, puoi considerare che la povera gente stordita da circa un decennio di predominio assoluto di tribute band ci metta un po’ a recuperare entusiasmo per uscire la sera.

Non è per questo che di fronte a questa iniziativa esco ancora più alterato di prima.

È perché è stato tutto di giovedì.

Ora, non so voi, ma io ho avuto la fortuna di lavorare, nel mese di Dicembre. Ma col cazzo che mi perdevo un concerto dei Planet Funk, specie se me lo consiglia il Gianka. Beh, sono arrivato al turno del mattino dopo con un’ora di ritardo. Le mie motivazioni sono molto deboli, al riguardo, ma cazzo se ne è valsa la pena! Non sono stato io a decidere che il concerto era di gio-ve-dì.

Ora vi dico quale può essere un ragionamento che può aver portato a questa decisione:

“ehi, non mettiamoci in competizione con i truzzi, che ascoltano di sicuro musica rock dal vivo, facciamo il concerto in una serata che non è loro”

questo è il più intelligente dei ragionamenti simulati. Chiunque abbia pensato che la musica dal vivo possa risorgere di giovedì, merita gli alluci spezzati. Io l’ho presa come un insulto personale. Mi piace la musica dal vivo? Stai relegato in mezzo alla settimana, fallito. E se mettono gente da grande pubblico il giovedì, un gruppetto emergente come il mio dove cazzo lo metto? il lunedì?

Vi odio, andrò lo stesso ai concerti che mi piacciono e che organizzeranno, perché non ho scelta. Ma vi odio di brutto.

Lettera da un’ora

Yo.

Mi presento, sono quell’ora che perdi nel pensare a come uscire fuori dallo stallo in cui ti senti.

Ho più personalità di te. Mi hai creato apposta.

Non voglio che tocchi il telefono. Devi restare ad aspettare notifiche. Per secoli.

Niente fame, hai appena mangiato.

Gli altri invece sono a mangiare adesso. Non chiamare nessuno. Li disturberesti.

E no, sei stato tu a ficcarti in questo guaio. Ora non esci, non vai da nessuna parte. Cazzi tuoi se hai o sei stato abbandonato. È adesso che conta. Devi fare senza, da fare non ti manca, anche se il pensiero di lavorare ti fa venire il mal di testa, fattelo passare, e dacci dentro. Spendi l’energia che perdi nel sentire la mancanza nell’imparare a cucire, o a cucinare. Lavati. Lava quel cesso di casa. Sono già le due ormai.

Non ho tempo di scriverti ancora. È già iniziata la prossima ora e devo andare.

Resisti.

Le Tredici.

Sperando sia l’ultimo chiodo del manifesto. L’incertezza è vita.

Sto stigmatizzando in un racconto la fotografia del mio credo: tiratemi fuori da qui.

Io so per esperienza di preferire che il mondo mi scorra intorno. Lo lascio fare. Non mi oppongo mai apertamente a qualcosa, a voce. Non trovo punti di contatto con il posto in cui mi trovo. Non sono un cittadino europeo, non sono un cittadino italiano, sono a malapena valenzano. Abito su internet, dove in qualche modo ho sviluppato credenze e idee sul mondo leggendo e vedendo discorsi di pensatori contemporanei, e poi film e biblioteche.

Ho l’impressione di essermi sempre affezionato in modo dipendente alle persone, che volessi degli appoggi in loro che mi permettessero di migliorare, e per questo mi reputavo e mi reputo un debole. Cerco di imparare a vivere da solo. Ma sinceramente, se non ne trovo la forza, è perché non ne trovo le motivazioni.

Ho sentito dire che il perché delle proprie azioni è sempre stato più importante delle modalità ai fini del successo finale. Nessuno guarda la tecnica, tutti guardano la luce negli occhi, per dirla in un altro modo. E la mia motivazione attuale è: voglio andarmene da qui.

E non me ne vado. Perché ho dei legami artistici. La banda, e i teatranti. Rimango qui per non abbandonarli. Perché ricordo cos’è essere abbandonati e non ho voglia di farlo, nemmeno in piccolo.

Quindi sogno il mondo, cerco di saperne il più possibile da qui dove sono, cerco di essere pronto ad andarmene in qualsiasi momento, o pronto ad essere così forte da far diventare questo posto qualcosa di diverso. Ma nella pratica, rimando il mio lavoro. Dimentico, dimentico. Questo è il mio problema, dimentico le domande che mi pongo, le risposte che trovo, specie se sono illuminazioni. Scrivo a pezzi. Non sempre ho una penna sottomano. Devo averla sempre. Ogni minuto, qualcosa per scrivere. E più importante ancora, mantenere la mente attiva, allenare la memoria a ricordare. Per fare quest’ultima cosa, sono convinto che debba vivere il presente nel modo più fluido possibile: lavoro, teatro, banda, scrivere qui o là, giocare alla playstation o stare su facebook, leggere, devono essere parte di un flusso unico di azione.

E allo stesso modo, anche dalle persone con cui sto a contatto dovrò pretendere di fare parte del flusso della mia vita.

Mi fermo per comprendere esattamente cosa significhi questa frase. I rapporti con l’esterno, ho già detto, mi risultano problematici, e quando falliscono, per me è un dramma. Interpretata in questo modo, voglio che chi lavori con me capisca a cosa stiamo puntando, che chi collabori artisticamente con me sia disposto a mettere in gioco tutto quanto, e io stesso dovrò farlo.

Nella vita mi sono creduto spezzato, in molte parti che hanno preso strade diverse. Ma non è vero, non è possibile, non lo è mai stato. Io sono sempre stato tutto quello che ho fatto e detto. Bene e male sono giudizi, le azioni vengono prima delle conseguenze, e i giudizi sono conseguenze, quindi non bisogna mai preoccuparsi prima di spiegare il perché di quello che si fa. Ma bisogna saperlo, per non rendere il proprio agire una casualità di istinti compulsivi. Bisogna accettare l’esistenza dell’irrazionale, e comprendere quando questo ha modo di manifestarsi.

Il mio credo è: l’unione fa la forza.

La domanda che non ho fatto

Settimana scorsa ero al convegno nazionale degli informagiovani, con gli altri della Young Notes.

Durante il talk show, c’era la caporedattrice della pagine web de La Stampa, piuttosto autoreferenziale secondo chi mi stava accanto. Secondo me raccontava la sua esperienza perché era tutto quello che aveva.

Mi ricordo che parlava di come evitare di riportare non-notizie come i dettagli su cosa hanno fatto a sarahscazzi (un giorno stilerò una lista di “persone morte o quasi perché i media ci rompano i coglioni parlando della marca di colluttorio che usavano”) o le foto “spinte” della ragazza spontanea di turno si risolvesse in un minor numero di visite -> soldi.

La mia domanda è rimasta a bollire troppo tempo perché gliela ponessi, con mia grande vergogna. Ma somiglia a questa:

“Fino a che punto pensate di poter scrivere oltre il vostro pudore personale? Quanto snaturereste voi stessi pur di portare a casa la pagnotta?”

Io non lo so, ho ancora la fortuna di fare quello che mi piace (e non guadagnarne una moneta), ma penso che preferirei che testate vecchie di quasi cent’anni chiudessero domani, se la loro sopravvivenza è decisa da questo. Ma ho in genere preferito le fiamme al grigio in ogni occasione del genere. Rimetto loro la decisione.

Viva la droga, viva la mafia

Stamattina mi sono svegliato ed ho scritto:

“Io adoro le canne, la coca, l’ero, e tutta quella roba chiamata droga. Adoro la mafia che rischia la propria vita ogni giorno per farcela arrivare da ogni angolo del mondo, fino alla simpatica faccia dei loro promoter locali.

Povera Mafia, le costa un sacco; per rifarsi devono aprire discariche o, peggio, darsi alla politica!

Legalizziamo tutto, presto, o Mamma mafia morirà di inedia!”

E’ il tipo di post che va bene qui, e non là.

Che ci volete fare, ho poco da raccontare.

28 settembre 2010 - Una Risposta

Wow. Windows Live ha deciso finalmente di lasciare il proprio blog sempre più abbandonato nelle mani di una piattaforma come wordpress. Figo, a parole. Sono preoccupato però della ondata di post ultraglitterosi oltre ogni possibilità che avevano un senso su MSN, ma quaggiù… mah, sperèm.

IL mio problema è che di blog no ho già un altro. Proprio perché MSN era “poco serio” me ne ero aperto uno su Splinder per dividere le mie onde più serie da quelle con un po’ meno di potenza, chiamiamola così.

In questo periodo tra l’altro, sto scrivendo molto poco, mi limito a qualche tweet. Forse è semplicemente la mia mente che sta adattandosi all’ambiente Rete ed enfatizza di più i racconti brevi, con poco riguardo per la mia già pescerossoide memoria.

Well, se mi verrà in mente un uso per questo blog, lo farò. Intanto vi rimando all’altro, che pure non aggiorno da una settimana o due.

Che ci volete fare, ho poco da raccontare.

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