Ho fatto un disco. L’ho finito il mese scorso. Il mio bassista lasciò il gruppo quaranta giorni prima e il mondo della musica in toto per andare a fare l’ingegnere automobilistico e null’altro. Registrammo il disco perché non c’erano dei cazzo di locali dove andare, e quindi temevamo che la musica che abbiamo prodotto non potesse essere ascoltata in altro modo. Così spendemmo dei soldi per registrarla, una costosa fotografia della nostra situazione. Per questo l’abbiamo chiamato Posa.
Ora la situazione è diversa. La nostra situazione. Fuori ha solo aperto un locale per coverbands in più e le cagne sono diventate maiale.
Il punto è che il mio disco è del mese scorso, e già non lo ascolto più, è passato. Il punto è che se penso ad un album me lo figuro come una retrospettiva, un disegno accurato del passato che vale la pena ricordare, un percorso attentamente strutturato. Invece è stata un’istantanea venuta mossa. La adoro, perché è mia, ma è figlia di un luogo che non ci lascia il tempo di fare gli album nell’altro modo, che azzarderei a chiamare giusto.
Quindi mi chiedo: ha senso un album fatto così?
Sì se stampi questo post e glielo incolli sopra a scanso di equivoci.