Sto stigmatizzando in un racconto la fotografia del mio credo: tiratemi fuori da qui.
Io so per esperienza di preferire che il mondo mi scorra intorno. Lo lascio fare. Non mi oppongo mai apertamente a qualcosa, a voce. Non trovo punti di contatto con il posto in cui mi trovo. Non sono un cittadino europeo, non sono un cittadino italiano, sono a malapena valenzano. Abito su internet, dove in qualche modo ho sviluppato credenze e idee sul mondo leggendo e vedendo discorsi di pensatori contemporanei, e poi film e biblioteche.
Ho l’impressione di essermi sempre affezionato in modo dipendente alle persone, che volessi degli appoggi in loro che mi permettessero di migliorare, e per questo mi reputavo e mi reputo un debole. Cerco di imparare a vivere da solo. Ma sinceramente, se non ne trovo la forza, è perché non ne trovo le motivazioni.
Ho sentito dire che il perché delle proprie azioni è sempre stato più importante delle modalità ai fini del successo finale. Nessuno guarda la tecnica, tutti guardano la luce negli occhi, per dirla in un altro modo. E la mia motivazione attuale è: voglio andarmene da qui.
E non me ne vado. Perché ho dei legami artistici. La banda, e i teatranti. Rimango qui per non abbandonarli. Perché ricordo cos’è essere abbandonati e non ho voglia di farlo, nemmeno in piccolo.
Quindi sogno il mondo, cerco di saperne il più possibile da qui dove sono, cerco di essere pronto ad andarmene in qualsiasi momento, o pronto ad essere così forte da far diventare questo posto qualcosa di diverso. Ma nella pratica, rimando il mio lavoro. Dimentico, dimentico. Questo è il mio problema, dimentico le domande che mi pongo, le risposte che trovo, specie se sono illuminazioni. Scrivo a pezzi. Non sempre ho una penna sottomano. Devo averla sempre. Ogni minuto, qualcosa per scrivere. E più importante ancora, mantenere la mente attiva, allenare la memoria a ricordare. Per fare quest’ultima cosa, sono convinto che debba vivere il presente nel modo più fluido possibile: lavoro, teatro, banda, scrivere qui o là, giocare alla playstation o stare su facebook, leggere, devono essere parte di un flusso unico di azione.
E allo stesso modo, anche dalle persone con cui sto a contatto dovrò pretendere di fare parte del flusso della mia vita.
Mi fermo per comprendere esattamente cosa significhi questa frase. I rapporti con l’esterno, ho già detto, mi risultano problematici, e quando falliscono, per me è un dramma. Interpretata in questo modo, voglio che chi lavori con me capisca a cosa stiamo puntando, che chi collabori artisticamente con me sia disposto a mettere in gioco tutto quanto, e io stesso dovrò farlo.
Nella vita mi sono creduto spezzato, in molte parti che hanno preso strade diverse. Ma non è vero, non è possibile, non lo è mai stato. Io sono sempre stato tutto quello che ho fatto e detto. Bene e male sono giudizi, le azioni vengono prima delle conseguenze, e i giudizi sono conseguenze, quindi non bisogna mai preoccuparsi prima di spiegare il perché di quello che si fa. Ma bisogna saperlo, per non rendere il proprio agire una casualità di istinti compulsivi. Bisogna accettare l’esistenza dell’irrazionale, e comprendere quando questo ha modo di manifestarsi.
Il mio credo è: l’unione fa la forza.